Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a
che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La
risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso.
Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è
frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle
regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter
dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della
maggioranza parlamentare e dunque del governo? Oppure si tratta di
una
crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole
in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione
dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola,
giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.),
e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema
populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o
difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela
della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti
autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi
persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò
sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e
ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al
Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle
ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali
premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere
aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda:
quand'è
che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza,
reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge?
Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha
accumulati parecchi. Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano
storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922,
avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie
fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato
ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato
a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua
decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie
in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza
altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a
svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le
democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e
con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e
l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida
incubatrice di tali mortifere esperienze.
Oggi in Italia accade
di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere
(si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di
interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza
parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli
asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni
caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della
corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è
tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby
affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari,
invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E'
stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via
parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa
esperienza vertiginosamente i rischi del degrado). La situazione,
dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno
tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve
per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori. Se le cose stanno
così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la
democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna?
Di sicuro
l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le
cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle
regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza
parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e
ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto
dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la
separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le
sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente,
dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente
allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io
non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se
non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre
senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico
subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per
la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano,
porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana
del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi
mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente. Ciò cui io
penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni
inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili
del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io
definirei
un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di
manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela
le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla
magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce
d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il
conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della
lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile,
anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua
più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una
grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione
elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole.
Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno
rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se
si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose,
ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio
non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva
certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non
ci resti che dolercene.
Alberto Asor Rosa
Il Manifesto 13 aprile 2011